mercoledì 17 ottobre 2018

Il pulitore

C’è chi pratica palestra, chi corre, chi va in bicicletta, chi nuota...
Io? Ah beh io...
Faccio le pulizie.
Circa tre ore almeno due volte alla settimana.
Pratico la tecnica della “pulizia estrema” quella dove uso la forza contro sporco e batteri. 
Brandisco l’aspirapolvere a caccia di peli canini, maneggio la vaporella come fosse una spada laser e con impeto combatto contro il lato oscuro dei germi.
Distruggo le casette di calcare costruite dai microorganismi del water con la forza del cif.
Faccio brillare l’inox della cucina come se a brillare fosse un candelotto di dinamite.
E sudo, sudo come un mantice.
Un bufalo in calore suda e fatica meno: ne sono più che certo. 
Poi, sfiancato e distrutto dalla fatica, riponi gli attrezzi e i prodotti, ti giri e... pare che nulla sia stato fatto. Ritrovi allegri pelosi zampettare sul pavimento ancora umido, una folata di vento ti porta dentro la sabbia del deserto è così via.
Ma non abbandono la lotta, lo sporco non mi avrà e io riuscirò a portare il pulito laddove anche le polveri più ostinate resistono...
Se, vista la mia foga, non mi viene un infarto prima naturalmente.

martedì 16 ottobre 2018

Bottoni assassini

“Vostro onore le giuro sono conscio della pericolosità creata, ma sono assolutamente innocente...”
Questo dichiarerò quando verrò chiamato a deporre. 
Si perché davvero a volte si rischia di far male a qualcuno per una stupidaggine.
Basta una distrazione ed ecco che accade il fattaccio. 
Puoi appellarti alle attenuanti generiche, magari puoi chiedere la clemenza della corte e appunto dichiararti innocente, ma in fondo sai che sotto sotto la colpa è anche un po’ tua. 
Quindi si, lo ammetto mi è saltato via un bottone della camicia. 
Saltato via come un proiettile e per fortuna, nessuno era sulla traiettoria o poteva essere una strage.
Naturalmente cercherò di giustificare il salto del bottone, dicendo che è un complotto delle fabbriche di fili di cotone, che per guadagnare di più, tendono a produrre materiale meno resistente o appellarmi all’usura della camicia, ma non sono altro, appunto, che attenuanti generiche.
Con quel bottone, inutile negarlo, potevo uccidere qualcuno. 
Devo farmene una ragione e arrendermi.
È giunto il tempo di aggiungere una “X” alla “XL” che attualmente indossavo.



lunedì 15 ottobre 2018

Il barbiere

Il barbiere è uno di quei mestieri affascinanti che, purtroppo, si stanno perdendo.
Ed è un peccato perché le botteghe dei barbieri hanno qualcosa di magico e di artistico. Non a caso, i barbieri, sono protagonisti di opere liriche, letterarie e cinematografiche.
Non appena ci si accomoda sulla loro poltrona, già ci si rilassa: saranno gli odori dei dopobarba che aleggiano nell’aria o il tono caldo e sempre amichevole dell’artista del rasoio che riescono immediatamente a farti rilassare. 
Ora: voi vi chiederete che ci faccio io dal barbiere visto che il mio cranio è una palla da biliardo... ebbene io mi godo l’arte della cura della barba. 
Così, mentre il barbiere ti racconta di ristoranti o di qualunque argomento gli venga in mente, spennella il viso con il sapone, massaggiando con cura il viso in modo che poi il rasoio possa scivolare sulla pelle senza far danno. Se si frequenta la stessa bottega da tempo, è innegabile il legame di amicizia che si instaurerà tra voi e il tonsore. Un legame fatto di confidenze intime, discussioni sportive e di approfondimenti politici proprio mentre la lama riduce a pezzi i peli in eccesso del viso. 
Il barbiere è poesia, perché riesce a domare anche i baffi più ribelli rendendoli docili per almeno una settimana, è arte perché nessuno riesce a ottenere a casa geometrie così perfette sul viso.
È un conoscitore del mondo e dell’essere umano al pari quasi di uno psicologo, perché ha sempre e comunque pronto il giusto consiglio. 
Largo dunque ai factotum della città, tornate a scoprirli, a conoscerli e, magari ad intraprendere in bottega un mestiere, anzi, un’arte che senza alcun dubbio è al servizio dell’umanità.


domenica 14 ottobre 2018


D-8 
No, non sto giocando a battaglia navale, ma sto pensando ai tasti di un vecchio Juke-box. I più giovani nemmeno sapranno di cosa sto parlando (salvo precisa volontà di fare una ricerca su Wikipedia), ma queste macchinette infernali erano una vera meraviglia. 
Inserivi una moneta da cinquanta lire digitavi un numero (quel D-8 di cui parlavo all’inizio ad esempio) e si compiva un miracolo: un piccolo disco di colore nero veniva scelto tra centinaia e grazie ad un braccio meccanico, veniva posto su un piatto su cui scendeva una puntina in diamante. A quel punto, musiche pop e rock si diffondevano nell’aria diffondendo allegria.
Potevi trovarci brani di moda o vecchi classici, dischi quasi consumati, gracchianti, ma che scaldavano l’atmosfera di un locale. 
“Quindi? Mettevi la moneta, schiacciavi un tasto e ascoltavi una canzone? Beh puoi farlo anche oggi caro il mio babbione: si chiama playlist. Mamma mia quanto sei vetusto” - rimprovererebbe un giovin internettuoso.
Ed è vero. Oggi è facile fruire di musica. Tutto è disponibile, dai classici alle novità e con un semplice click o passando un dito sul display di un telefono.
Ma il juke-box era romantico, scorrevi la lista dei brani disponibili, dovevi scegliere oculatamente ciò che avresti dovuto ascoltare e poi “clack” il rumore meccanico dei tasti, confermava la scelta effettuata. Insomma rumori che avevano una poesia, che creavano anche aspettativa perché chiunque fosse presente nel locale, sperava che la canzone scelta fosse di suo gradimento.
C’è solo una cosa che non cambia da quei tempi, un altro classico che non tramonta mai, ovvero qualcuno che ti urli “echeccavolo. E abbassa quel volume!”


Per l'immagine © Aventi diritto

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sabato 13 ottobre 2018

Gli equilibrismi dell'ansia


L’ansia e lo stomaco sono direttamente collegati e lavorano a stretto contatto con la testa e il cervello (o con ciò che ne rimane). Sbalzi di umore, paura, curiosità, felicità (poca e a momenti come cantava Tonino Carotone), si mischiano in uno stato che James Bond definirebbe “agitato non mescolato”. Un insieme di sensazioni che ti fanno perdere un po’ la direzione del vento (come non citare “ho perduto la tramontana del buon Pettenati che, a quanto pare, è ottima colonna sonora per questo mio “breve” scritto). 
Mi è stato chiesto come mi sento. Bene, ma non benissimo... fuori rotta.
È come risvegliarsi in un mondo diverso, dove tutto è nuovo: usanze, credo, politiche... affascinante, ma io sono per il buon vecchio “pantano” ho le mie abitudini, le mie routine, le mie (poche) certezze. Il mio non è un cervello in cerca di fuga. Il mio è un cervello che si trova bene se posizionato comodamente tra comodo guanciali. Un tempo vivevo diversamente, magari allo sbaraglio, oggi sento il bisogno di un pizzico di serenità in più. Non c’entrano, badate bene, le “pene d’amore perduto” certo anche quelle influiscono e destabilizzano, ma tutto prima o poi si sistema. “Soffia! Soffia! Respira, lascia andare e ritrova te stesso”
Facile a dirlo: quando uno è un disordinato cronico, non sai mai dove cercare il tuo io. 
Io dico che il mio io non si trova più: la ha bevuto James Bond.
Ora devo trovare un nuovo me che mi piaccia e devo dire che quel che ho visto e vissuto negli ultimi tempi, non mi è piaciuto. E poi non ho tempo. Potessi essere in pensione allora forse si, potrei ricercarmi con calma, ma anche quella di una pensione è al momento un sogno utopico lontano dall’essere realizzato. E quindi? Quindi nell’attesa andrà in onda una versione due punto zero di un me stesso che non mi piace più di tanto e che riproverà a ritrovare un giusto equilibrio
Lasciatemi però dire una cosa: se volevo fare l’equilibrista avrei studiato arte circense. Ma a quel punto nessuno avrebbe permesso di farmi camminare in bilico su una corda alta da terra: troppo pericoloso. Io sarei stato Il pagliaccio perché questo è quello che, forse, so fare meglio. Buona sorte signore e signori, e domani al circo speriamo di aver trovato nuovi equilibri. Nel frattempo. Musica! Pappapparapappappara suoni l’orchestra che lo spettacolo va in scena anche domani e se oggi ero
Un cocktail Martini, domani chissà...

venerdì 12 ottobre 2018

L'artigiano della qualità

Un rumore terrificante squarcia il silenzio della notte. No, non ho ucciso nessuno (il sole però è ancora alto), ma sicuramente ho perduto qualche mese di vita. 
La tapparella del bagno è crollata causa la troppa usura della corda che la sosteneva. 
Spavento notturno a parte (in fondo ogni dieci anni vuoi non cambiare una corda della tapparella?) il bravo omino che è in me decide, come sempre, di tentare una riparazione “fai da te”.
Il “fai da te” è un arte che chi è dotato di una certa manualità, riesce a riparare qualsiasi cosa: dal rubinetto che perde allo spinterogeno (se ancora esiste) della propria auto. 
Il vero hobbista, infatti, non si lascia spaventare. 
Il vero hobbista agisce con fermezza e sicurezza risolvendo con tenacia i problemi laddove ne sorgano.
Senza battere un ciglio e con la competenza di un Macgyver, l’hobbista, smonta, taglia, rimonta, salda e collega, poi rimonta e tutto va a posto in meno di mezz’ora.
Tra me e un hobbista ci sono alcune differenze.
In primo luogo il “piglio sicuro” ovvero quella certezza di non dover chiamare un migliaio di operai a sistemare i danni che stai per fare. 
“Oh, ma è solo la corda di una tapparella! Sempre il solito esagerato”
Si, ma una tapparella è un meccanismo infernale studiato dai più beceri ingegneri per far impazzire una mente semplice.
La seconda cosa che mi differenzia da un uomo tuttofare è la calma e la serenità. 
In mezzo ad un allagamento, l’hobbista, ha già chiaro il punto di intercetto delle valvole, io invece, nuoterei con i braccioli, le pinne e la maschera in attesa di soccorsi piangendo in modo da aumentare ulteriormente il flusso di liquidi.
Terza differenza: durante l’atto di una riparazione, l’hobbista fischietta felice, mentre il sottoscritto si ricorda immantinente dei nomi di tutto l’arco del santo calendario. 
Nell’hobbistica e nella risoluzione dei problemi domestici, ci sono mille, viti, rondelle, bulloni e molle, che devono tornare tutte al loro posto, ma a me, avanza sempre qualcosa.
Certo: l’importante è ottenere il risultato e ora la tapparella sta su. 
Fino a quando non si sa, ma già sento, nonostante i chilometri di distanza, ridacchiare un tapparellaio e non nascondo che si tratta di una risata inquietante.


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giovedì 11 ottobre 2018

La fisica delle uova

Ammettiamolo: la legge di Murphy funziona perfettamente ed è sempre in agguato. La sfiga, può apparire in ogni istante: la trovi nascosta dietro l’angolo. Ad esempio nello sportello della cucina in cui costantemente sbatti la testa o nello sporcare le scarpe nuove pestando l’unica cacca presente nel raggio di... beh alcuni metri. 
Insomma la sfortuna, antitesi meno abbiente ma più presente della sua più amata sorella, è un killer pronto a colpire affondando il suo pugnale velenoso nel momento più inaspettato.
Come quando, ad esempio, vai a fare la spesa.
Si perché anche una cosa semplice come fare la spesa, può nascondere insidie fatali anche se hai fatto di tutto per evitare incidenti.
Tutto va benissimo fino al momento del pagamento. Ma tu, che hai già pagato, hai scelto di non utilizzare i fragilissimi sacchetti di pseudo plastica che si sfalderebbero a due centimetri dall’uscita e posizioni sulla cassa il tuo sacchettone robustissimo. 
Ignori lo sguardo crudele della gente che ti vede inserire consapevolmente nel sacchetto la spesa perdendo quello che loro considerano tempo prezioso. 
Nel sacchettone metti prima le cose più dure sulle quali adagi affettati ed insalata, inserisci la carta da cucina in modo da proteggere al meglio le cose più fragili come bottiglie e uova.
A questo punto esci dal supermercato e ti dirigi verso l’auto, scansando coloro che ti chiedono una “firma per la droga” (ma la firma è a favore o contro e soprattutto: cosa se ne fa la droga della mia firma? Aumenta le “accise”?) o i venditori abusivi di calzini già bucati in origine.
Miracolosamente non vieni intercettato dall'immancabile uomo in cerca di carrelli da sistemare e ti appropinqui alla vettura.
Ed è li, in quel preciso istante che la sfiga è solita colpire! 
Basta una piccola distrazione e “tac” inciampi nelle tue stesse scarpe.
Ed è in quel momento che le uova, che altro non sono che embrioni di volatili, prendono vita uscendo dalla borsa e dalla protezione.
Come giovani aironi, esse spiccano il volo alte nel cielo. 
Un volo che però non donerà agli embrioni di volatili di guadagnare una sperata libertà, ma un volo destinato miseramente e tristemente a fallire. 
Si perché le uova, sono decisamente troppi giovani e fragili per volare e hanno la spiacevole abitudine di sottostare alla forza di gravità.
Un uovo lanciato per aria, per regole fisiche che non sto ad enunciare per non fare figure da spazzacamino, è destinato a spatasciarsi sul terreno diventando anzitempo “frittata”.
Figuratevi se, a prendere il volo, è una confezione da sei...
Comunque roba da poco per carità, ma questa è la dimostrazione che un imprevisto può capitare tra capo e collo quando meno te lo aspetti e anche se hai preso tutte le precauzioni del caso. 
L’unica cosa che ti resta da fare è sfoderare, con i presenti che senti sghignazzare, un gran sorriso e commentare con grande ottimismo: “fortuna erano uccelli troppi giovani per poterci cagare sulle giacche”


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